WikiLeaks e Julian Assange: la guerra per la trasparenza
Introduzione
Il 5 aprile 2010, WikiLeaks pubblicò un video che avrebbe cambiato il dibattito globale sulla trasparenza, il giornalismo e la guerra. Il video — classificato, ripreso da un elicottero Apache americano a Baghdad nel 2007 — mostrava l’uccisione di una dozzina di civili iracheni, inclusi due fotografi di Reuters che trasportavano macchine fotografiche scambiate per armi. I piloti commentavano l’operazione con freddezza professionale.
Il Pentagono aveva negato per tre anni di avere quel video. Quando i legali di Reuters lo avevano richiesto attraverso il Freedom of Information Act, la risposta era stata che non era disponibile. WikiLeaks lo pubblicò con il titolo “Collateral Murder” e lo guardarono decine di milioni di persone.
Quella pubblicazione fu l’inizio del periodo più drammatico della storia di WikiLeaks — e l’inizio di una vicenda legale per il suo fondatore, Julian Assange, che sarebbe durata quattordici anni.
Julian Assange: dalle reti australiane agli anni ‘90 a WikiLeaks
Julian Paul Assange nacque nel 1971 a Townsville, Queensland, Australia. Crebbe in una famiglia instabile — sua madre si risposò più volte, cambiarono casa frequentemente — ma trovò la propria stabilità nei computer.
Da adolescente, Assange era parte di un gruppo hacker australiano chiamato International Subversives. Negli anni ‘80 e inizio ‘90, il gruppo si intrufolava in sistemi in tutto il mondo: il Pentagono, la NASA, il CERN, università americane. Non per rubare — per esplorare, per vedere fin dove arrivavano, per dimostrare che i confini digitali erano più permeabili di quanto si pensasse.
Nel 1991, a 20 anni, Assange fu scoperto mentre accedeva a sistemi di Nortel, una società di telecomunicazioni canadese. Le autorità australiane lo tracciarono attraverso i log telefonici della sua linea domestica. Fu arrestato e accusato di 31 reati informatici.
Il processo si concluse nel 1996 con Assange che si dichiarava colpevole di 25 capi d’accusa. Il giudice — in un’osservazione che sarebbe diventata famosa — notò che Assange non aveva agito per malevolenza o guadagno personale, ma per curiosità intellettuale, e lo condannò al pagamento delle spese processuali senza pena detentiva.
Assange non fu mai incarcerato per le attività hacker. Continuò la propria vita, studiò matematica e fisica all’università, e iniziò a sviluppare l’idea che sarebbe diventata WikiLeaks.
La nascita di WikiLeaks: l’architettura della trasparenza
WikiLeaks fu fondata nel 2006 con una premessa teorica elaborata da Assange in una serie di saggi che circolarono online prima ancora che il sito fosse operativo.
La teoria di Assange era provocatoria: i sistemi autoritari e le istituzioni opache mantengono il proprio potere attraverso la segretezza. Se quella segretezza può essere sistematicamente compromessa — se i documenti interni possono essere resi pubblici in modo sicuro e permanente — le istituzioni devono adattare il proprio comportamento assumendo che qualsiasi cosa facciano potrebbe diventare pubblica.
WikiLeaks non era pensato come uno strumento per pubblicare singoli documenti imbarazzanti. Era pensato come un’infrastruttura permanente per la trasparenza radicale: un sistema tecnico che permettesse a chiunque di consegnare documenti in modo anonimo, con protezione crittografica della propria identità, sapendo che i documenti sarebbero stati pubblicati e mantenuti online permanentemente.
L’architettura tecnica era progettata specificamente per proteggere le fonti. I documenti venivano consegnati attraverso un sistema che usava Tor e protocolli di anonimizzazione per rendere impossibile — almeno in teoria — risalire all’identità di chi li aveva forniti. WikiLeaks sosteneva di non conservare log delle connessioni. La protezione delle fonti era un impegno tecnico, non solo etico.
I primi anni: Islanda, Svizzera, Kenya
Nei primi anni, WikiLeaks pubblicò materiale che ottenne attenzione limitata ma stabilì la credibilità della piattaforma come posto dove mandare documenti sensibili che qualcuno voleva tenere segreti.
2007 — Somalia: documenti che mostravano che il governo transitorio somalo aveva autorizzato l’uccisione di giornalisti e oppositori politici.
2008 — Islanda: documentazione interna di Kaupthing Bank — la principale banca islandese, che sarebbe collassata pochi mesi dopo nella più grande crisi finanziaria della storia islandese — che mostrava prestiti rischiosi e conflitti di interesse non divulgati.
2009 — Kenya: rapporti su violazioni dei diritti umani della polizia kenyana con oltre 500 casi di esecuzioni extragiudiziali.
Questi documenti ottennero copertura mediatica ma non cambiarono il mondo. WikiLeaks era una piattaforma funzionante, con credibilità tecnica dimostrata, ma non era ancora sulla mappa del grande pubblico.
Quello sarebbe cambiato nel 2010.
Chelsea Manning: il leak del secolo
Bradley Manning — che avrebbe poi transizionato e chiesto di essere chiamata Chelsea — era una specialista dell’intelligence militare americana di 22 anni assegnata a una base vicino Baghdad nel 2009-2010.
Manning aveva accesso a SIPRNet — la rete classificata dell’esercito americano che conteneva comunicazioni diplomatiche, rapporti di intelligence, e documentazione delle operazioni militari. Come analista di intelligence, aveva il compito di setacciare questa documentazione per produrre report per i comandanti sul campo.
Quello che leggeva la disturbava profondamente.
Manning era una persona in conflitto su molti fronti: l’identità di genere, la propria sessualità (che la metteva in una posizione precaria nell’esercito americano dell’epoca, ancora sotto “Don’t Ask Don’t Tell”), la propria visione etica della guerra in Iraq. Iniziò a comunicare online con persone al di fuori del servizio.
Uno di questi contatti era Adrian Lamo — un ex hacker che si era costruito una reputazione come “hacker etnico” che avvisava le aziende delle proprie vulnerabilità dopo averle sfruttate. Manning iniziò a condividere con Lamo i propri dubbi etici e poi le proprie azioni.
Lamo la denunciò alle autorità militari.
Il materiale consegnato
Prima dell’arresto nel maggio 2010, Manning aveva consegnato a WikiLeaks:
“Collateral Murder” — il video del 2007 che WikiLeaks pubblicò ad aprile 2010.
Afghan War Diary — 91.731 documenti classificati sulle operazioni militari in Afghanistan tra il 2004 e il 2010. Includevano rapporti su vittime civili, operazioni di forze speciali, informazioni su fonti e metodi di raccolta intelligence, report sulle attività dei talebani.
Iraq War Logs — 391.832 documenti classificati sulle operazioni in Iraq tra il 2004 e il 2009. Mostravano in modo sistematico un numero di vittime civili significativamente più alto di quello riconosciuto ufficialmente, oltre a documentazione di trattamenti dei prigionieri da parte delle forze irachene che potevano configurare abusi.
Cablegate — 251.287 dispacci diplomatici da ambasciate americane in tutto il mondo. Non erano documenti militari — erano le comunicazioni private della diplomazia americana: valutazioni dei leader stranieri, strategie negoziali, informazioni riservate su partner e alleati, discussioni su operazioni di intelligence.
Il Cablegate fu pubblicato in collaborazione con New York Times, Guardian, Der Spiegel, Le Monde e El País a partire dal novembre 2010. Era la più grande pubblicazione di documenti governativi classificati della storia.
La risposta del governo americano
La reazione del governo americano fu immediata e multidimensionale.
Pressione sulle aziende private
Nell’arco di pochi giorni dopo l’inizio del Cablegate, una serie di aziende private interruppero i propri servizi a WikiLeaks:
Amazon rimosse i server di WikiLeaks dalla propria infrastruttura cloud AWS.
PayPal congelò il conto di WikiLeaks che riceveva donazioni.
MasterCard e Visa bloccarono le transazioni verso WikiLeaks.
EveryDNS cessò di fornire il servizio DNS per wikileaks.org.
Nessuna di queste azioni fu il risultato di un ordine giudiziario. Furono decisioni commerciali — probabilmente prese in risposta a pressioni informali del governo americano, anche se nessuna azienda lo ammise esplicitamente. Fu questo che provocò Operation Payback di Anonymous.
Il grande jury segreto
Negli stessi mesi, il Dipartimento di Giustizia americano aprì un grand jury segreto ad Alexandria, Virginia, per indagare se Assange potesse essere accusato in base all’Espionage Act del 1917 — una legge originariamente pensata per le spie della prima guerra mondiale.
Il dibattito legale interno al DOJ era acceso: accusare Assange di spionaggio avrebbe significato accusarlo per aver fatto ciò che fanno i giornalisti investigativi — ricevere e pubblicare documenti classificati. Il New York Times aveva pubblicato i Pentagon Papers nel 1971 usando esattamente lo stesso meccanismo, e la Corte Suprema aveva protetto quella pubblicazione.
La questione rimase sospesa per anni: tecnicamente aperta, mai formalmente archiviata, mai tradotta in accusa formale — fino al 2019.
Le accuse svedesi e la fuga all’ambasciata
Mentre il Cablegate dominava le prime pagine, Assange si trovava in una situazione personale complicata. Due donne svedesi avevano presentato denunce per aggressione sessuale dopo incontri con lui in Svezia nel agosto 2010.
Le denunce furono inizialmente archiviate da un procuratore di Stoccolma, poi riaperte da un procuratore di Göteborg, poi di nuovo archiviate, poi nuovamente riaperte. L’iter legale svedese diventò incomprensibilmente intricato.
Assange si trasferì a Londra. La Svezia emise un mandato di arresto europeo per interrogarlo sulle accuse. Le autorità britanniche lo arrestarono nel dicembre 2010. Fu rilasciato su cauzione mentre combatteva l’estradizione.
Assange e i suoi sostenitori sostenevano che le accuse svedesi fossero un pretesto — che lo scopo reale fosse trasferirlo in Svezia per poi estradarlo negli USA. Le autorità svedesi sostenevano che fosse una normale procedura penale.
Il 19 giugno 2012, mentre il processo di estradizione era ancora in corso, Assange entrò nell’ambasciata ecuadoriana a Londra e chiese asilo politico. L’Ecuador — governato all’epoca dal presidente Rafael Correa, che aveva avuto propri scontri con WikiLeaks ma condivideva alcune posizioni anti-imperialiste — concesse l’asilo nel agosto 2012.
Assange rimase in quell’ambasciata — in un appartamento di un palazzo a Knightsbridge — per sette anni.
Sette anni in ambasciata: la lenta usura
La permanenza di Assange nell’ambasciata ecuadoriana è difficile da immaginare. Un appartamento di circa 30 metri quadri. Nessuna luce solare diretta. Nessuna possibilità di uscire. La polizia metropolitana britannica pattugliava l’edificio 24 ore su 24 per arrestarlo non appena fosse uscito.
Assange lavorava da lì. WikiLeaks continuò a operare durante quegli anni — pubblicando email del Partito Democratico americano nel 2016 (ottenute da hacker russi secondo i servizi di intelligence americani), pubblicando documentazione sui programmi di sorveglianza della CIA (Vault 7 nel 2017).
Le relazioni con l’Ecuador si deteriorarono progressivamente. Morales, successore di Correa dal 2017, aveva una visione molto diversa. L’ambasciata impose restrizioni crescenti ad Assange: limitazioni alle visite, ai dispositivi, alle comunicazioni.
Nel 2019 le relazioni crollarono definitivamente. L’Ecuador ritirò l’asilo, aprì le porte dell’ambasciata alla polizia britannica, e Assange fu trascinato fuori il 11 aprile 2019.
Le immagini di Assange — barba lunga, capelli grigi, aspetto visibilmente deteriorato — fecero il giro del mondo.
Belmarsh e l’estradizione
Arrestato, Assange fu immediatamente processato per violazione della libertà vigilata — la cauzione che aveva violato nel 2012. Condannato a 50 settimane di prigione.
Contestualmente, il governo americano presentò formalmente la richiesta di estradizione basata sull’incriminazione segretamente costruita negli anni precedenti: 18 capi d’accusa sotto l’Espionage Act e il Computer Fraud and Abuse Act, per un totale teorico di 175 anni di prigione.
Assange fu trasferito nel carcere di Belmarsh — una prigione di massima sicurezza nella periferia est di Londra, nota per ospitare detenuti condannati per terrorismo e crimini gravi. I suoi sostenitori la chiamavano la Guantanamo britannica.
Lì rimase per cinque anni, mentre i tribunali britannici esaminavano la richiesta di estradizione americana.
Il dibattito legale
Il procedimento di estradizione generò uno dei dibattiti legali più accesi della storia recente del diritto internazionale.
Argomenti contro l’estradizione:
- Le accuse erano di natura politica — perseguire la pubblicazione di documenti governativi criminalizzava il giornalismo investigativo
- Assange rischiava condizioni di detenzione negli USA che potevano configurare trattamento inumano — inclusa la possibilità di detenzione in isolamento nelle carceri federali
- L’Espionage Act non prevedeva difese basate sull’interesse pubblico — Assange non avrebbe potuto presentare al giudice americano le ragioni per cui aveva ritenuto la pubblicazione giustificata
- Il rischio concreto di condanna a decenni di prigione
Argomenti per l’estradizione:
- Assange non era un giornalista — aveva aiutato Manning nell’hacking dei sistemi (questa era la componente “computer fraud” dell’accusa)
- Aveva esposto fonti in modo irresponsabile, mettendo a rischio la vita di informatori e agenti
- Il sistema giudiziario americano garantiva un processo equo
I tribunali britannici oscillarono. Il primo giudice bloccò l’estradizione per ragioni di salute mentale di Assange — ritenendo concreto il rischio di suicidio in un sistema carcerario americano. La corte d’appello riaprì la questione. La Corte Suprema negò l’appello di Assange. L’Alta Corte concesse un appello su basi più ampie.
La risoluzione: l’accordo del 2024
Nel giugno 2024, dopo quattordici anni di procedimenti legali, la vicenda si concluse in modo inatteso.
Assange raggiunse un accordo con il Dipartimento di Giustizia americano: si sarebbe dichiarato colpevole di un singolo capo d’accusa — cospirazione per ottenere e divulgare informazioni sulla difesa nazionale — in cambio del riconoscimento che la pena era il tempo già scontato.
Il 26 giugno 2024, Assange atterrò nell’isola di Saipan nelle Isole Marianne Settentrionali — territorio americano nel Pacifico, scelta per ridurre al minimo la permanenza di Assange in giurisdizione americana — dove si tenne una breve udienza formale davanti a un giudice federale.
Assange si dichiarò colpevole. Il giudice riconobbe che aveva già scontato più tempo in detenzione di quanto previsto dalla pena per quel reato. Assange fu libero.
Atterrò in Australia il 26 giugno 2024. Erano passati 14 anni dalla pubblicazione di “Collateral Murder”.
Il lascito: domande senza risposta
La vicenda Assange ha lasciato domande che la comunità legale, giornalistica e tecnica non ha ancora risolto.
WikiLeaks era giornalismo?
Il New York Times ha pubblicato le stesse email del Cablegate che WikiLeaks aveva reso pubbliche. Nessun giornalista del Times è mai stato accusato in base all’Espionage Act per quella pubblicazione. La differenza tra ciò che fece Assange e ciò che fece il Times era sufficientemente grande da giustificare un trattamento radicalmente diverso?
La risposta dipende da chi rispondi. I sostenitori di Assange dicono no — la pubblicazione di materiale di interesse pubblico ottenuto da fonti è giornalismo, indipendentemente da come si chiama l’organizzazione. I critici dicono che Assange aveva attraversato una linea — non si era limitato a ricevere materiale, aveva aiutato attivamente Manning nell’esfiltrazione, e non aveva fatto abbastanza per proteggere le fonti dei documenti pubblicati.
La protezione delle fonti fallì?
Chelsea Manning fu identificata non perché WikiLeaks avesse fallito tecnicamente nella protezione dell’anonimato — ma perché Manning stessa raccontò le proprie azioni a Adrian Lamo. Ma ci sono stati casi in cui nomi di informatori afghani comparvero in documenti pubblicati senza sufficienti redazioni. Il Guardian e il New York Times, che collaborarono con WikiLeaks, espressero preoccupazioni su come i documenti erano stati redatti prima della pubblicazione.
Il 2016 e i limiti dell’hacktivismo
Nel 2016, WikiLeaks pubblicò email del Comitato Nazionale Democratico e di John Podesta, capo della campagna di Hillary Clinton. I documenti erano reali. Ma provenivano da hacker russi — intelligence militare russa (GRU), secondo tutti i servizi di intelligence americani. WikiLeaks fu deliberatamente usata come canale di distribuzione da un’operazione di influenza straniera su un’elezione americana.
Assange sostenne sempre che WikiLeaks pubblicava materiale vero indipendentemente dalla fonte. I critici risposero che scegliere selettivamente quale materiale vero pubblicare — colpendo sistematicamente un solo partito, in un momento specifico della campagna — era una scelta editoriale politica, non una scelta di trasparenza neutrale.
Conclusione
La storia di WikiLeaks e Julian Assange è impossibile da riassumere in una sentenza morale netta. È la storia di un’idea giusta — la trasparenza dei potenti — portata avanti da una persona complessa, con metodi che a volte proteggevano l’interesse pubblico e a volte lo danneggiavano.
Ha cambiato il mondo: ha mostrato che i segreti di stato possono essere resi pubblici a velocità e scala prima impossibili, ha costretto governi a rafforzare la sicurezza delle proprie reti interne, ha aperto un dibattito pubblico su cosa significhi giornalismo nell’era digitale che non si è ancora chiuso.
Per chi lavora in cybersecurity, la vicenda offre lezioni su OPSEC (Manning si fidò della persona sbagliata), sulla protezione delle fonti (la tecnologia non è sufficiente se la fonte non rispetta le procedure), e sulle implicazioni geopolitiche del whistleblowing digitale.
Ma offre anche una domanda che ogni professionista della sicurezza dovrebbe saper affrontare: quando le informazioni che gestisci documentano abusi di potere, qual è la tua responsabilità? La risposta non è semplice. Non lo era nel 2010, non lo è oggi.